Che aspetto ha una persona affetta da disturbi mentali?

È una bella giornata d’inverno. Il sole splende alto nel cielo e il suo tepore scalda le guance, scacciando via il gelo che prende le estremità del corpo.
Stai passeggiando nel centro storico della città in cui vivi. Giacché la minaccia del COVID ha smesso di costringerci all’isolamento, sei attorniato da decine e decine di persone che, come te, hanno pensato di approfittare del bel tempo per un momento di svago.

Bambini, adolescenti, universitari, professionisti, genitori, nonni: tutti trovano rappresentazione nel quadro in movimento che si dipinge davanti ai tuoi occhi e tutto intorno a te.

Ma cos’è che vedi esattamente? Saresti in grado di identificare lo stato di salute mentale di un estraneo solo guardandolo?

Che aspetto ha una persona affetta da disturbi mentali?

L’inganno del pregiudizio

vecchia sedia a rotelle con flebo in stanza di manicomio
Ex ospedale psichiatrico di Volterra — Foto di Donatella Gulino

La verità è che indovinare se una persona sia o meno affetta da disturbi mentali, soltanto basandosi sul suo aspetto, è come giocare alla roulette: non esistono strategie o sistemi che possano fornire una vincita sicura — è questo, del resto, il principio dell’azzardo.

Allora, perché ci ostiniamo a farlo?

Schiavi della società e del suo immaginario, ne abbiamo appreso le regole. Così, irrazionalmente, siamo portati a pensare che i famosi e vituperati “malati mentali” abbiano l’aspetto ripugnante del paziente da manicomio.

Lo sguardo inquieto dalle pupille dilatate, il parlato confuso, la risata fuori luogo e l’aspetto un po’ dimesso: ecco cosa ci aspettiamo di vedere nell’incontrare una persona la cui salute mentale sia stata messa alla prova. Ci aspettiamo qualcuno di imprevedibile e addirittura pericoloso.

Allo stesso tempo, siamo pressoché sicuri di poter stabilire che una persona sorridente, ben vestita e con un atteggiamento nella media sia normale. Quindi, non abbiamo nulla da temere.

In realtà, non siamo che schiavi del pregiudizio.

Lo stigma sulla salute mentale

grata con scritte non arrenderti non sei solo tu sei importante
Foto di Dan Meyers su Unsplash

L’ignoranza è il nostro nemico più grande e la paura una pessima consigliera. È per questo che, ancora nel 2020, cadiamo nella trappola degli stereotipi e alimentiamo lo stigma legato alla salute mentale.

Non siamo stati educati a prenderci cura della nostra mente come del nostro corpo, perciò non solo la sottovalutiamo, ma diamo anche per scontato di sapere quale aspetto abbia chi convive con i disturbi mentali.

“Volevo solo dire che non mi sembri una persona che ha bisogno di cure mentali!”

Utente su Instagram

Questo è il commento che mi ha lasciato uno sconosciuto sui social, sotto una foto dai colori vivaci in cui sorridevo.
Ai suoi occhi, il fatto che apparissi una persona curata e non avessi un’espressione crucciata era sufficiente a delegittimare la mia condizione: non sei sciatta e triste, quindi non puoi essere ammalata.

La cosa peggiore è che, per un attimo, mi sono messa in discussione.
“Forse, se gli altri non vedono la mia sofferenza, è perché non sto poi cosi male” mi sono detta. “Magari, dopo quasi tre anni di terapia, sono guarita senza rendermene conto”.

Poi, giustamente, è subentrata la rabbia — una rabbia livida e densa, quasi corporea — pronta a dirmi che nessuno, men che meno uno sconosciuto, può permettersi di stabilire cosa sia normale e cosa no e, soprattutto, quale aspetto una persona debba avere affinché un disturbo della mente possa dirsi valido o meno.

Se sorrido, sono felice?

ragazza col trucco sbavato e un foglietto con sorriso disegnato davanti la bocca
Foto di Sydney Sims su Unsplash

Chi sorride è felice. Chi non è felice può essere soltanto triste. La tristezza non può toccare le persone che sorridono.

Un sillogismo apparente perfetto, eppure squalificante.

Se dovessimo credere che il dolore di una persona si misuri su come appare o sul modo in cui risponde alla domanda “Come stai?”, ci troveremmo di fronte a un risultato straordinario e sconcertante insieme:

Stiamo tutti bene.

Chi di noi non ha mentito almeno una volta nella vita, fingendo di non avere problemi, magari in un periodo in cui le preoccupazioni ci stavano succhiando tutte le energie e la speranza? E in quanti hanno provato frustrazione nel sentirsi dire “Ti trovo proprio bene” in un momento in cui eravamo al limite della sopportazione?

Molti, immagino.

E in quanti hanno, invece, portato avanti la recita senza smentire chi avevano di fronte con la pura e semplice verità?

Pochi, credo.

Siamo abituati a fingere che tutto vada bene nella convinzione che, se gli altri sapessero quali difficoltà stiamo affrontando, riderebbero di noi o ci denigrerebbero. O, magari, perché convinti che saremmo solo un peso inutile e che, in ogni caso, nessuno ci capirebbe.
E gli altri solitamente ci credono (o preferiscono crederci) senza accertarsi che quello che diciamo sia vero. E noi facciamo lo stesso nella loro posizione.

È questo l’attimo esatto in cui stabiliamo che aspetto ha, per noi, una persona affetta da disturbi mentali. E ci ostiniamo a sbagliare.

La sottovalutazione del dolore

ragazzo che si stringe le gambe tra le braccia
Foto di Fernando @cferdo su Unsplash

Dare un solo aspetto al dolore è limitante, pressappochista e sbagliato. Farlo, infatti, significa mortificare il vissuto di una persona e ridurlo a un’accozzaglia di pregiudizi dal sapore amaro.
Come risultato, otteniamo di avallare la corsa agli stereotipi e la pretesa di sapere degli altri più di quanto essi sappiano di sé stessi.

“La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che avete voi per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi.”

— Luigi Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”

Nessuno di noi è uguale all’altro e le nostre esperienze sono uniche proprio in quanto personali. E non esiste una tabella o uno schema che possa dare un punteggio alla nostra sofferenza, creando una classifica universale del dolore in base alla quale avere più o meno diritto a star male.
Se così fosse, l’umanità dovrebbe essere numericamente misurabile e un algoritmo basterebbe a risolvere tutti (o quasi) i nostri problemi.

Giacché così non è — fortunatamente o, forse, purtroppo —, esiste una sola risposta valida alla domanda: che aspetto ha una persona affetta da disturbi mentali?

Uno, nessuno e centomila.

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