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Dismorfofobia: non riconoscersi allo specchio

Guardare le propria immagine riflessa è, probabilmente, una delle attività più controverse che si possano fare. È semplice, certo, ma insieme incredibilmente difficile. Se sei uno di quei lettori che sa come sia avere un rapporto complicato con il proprio corpo, immagino che tu riesca a capire anche il perché: guardarsi e non riconoscersi allo specchio è una delle sensazioni più disturbanti che si possano sperimentare.

Ma com’è possibile non riconoscersi nella propria immagine e perché è tanto doloroso?

Le risposte a queste tue domande sono molto articolate, ma direi che si può procedere così. La dismorfofobia è la causa di questa condizione a tratti inspiegabile e incredibilmente invalidante. E la ragione sta nel fatto che il non riconoscersi non è mai fine a sé stesso e, ad esso, si accompagnano sensazioni sgradevoli: la vergogna, l’insoddisfazione, la frustrazione, il disagio e, non di rado, perfino l’odio.

Eppure, esiste una linea di confine abbastanza netta tra le insicurezze che viviamo ogni giorno e perdere il controllo sulle conseguenze di questo rifiuto di sé. Ed è importante avere bene in mente quale sia la differenza tra ciò che è sano e ciò che, invece, non lo è.

Cos’è la dismorfofobia?

ragazza che guarda il suo riflesso
Foto di Guilherme Caetano su Unsplash

Nonostante tu capisca perfettamente come ci si senta a non vedere nel tuo riflesso ciò che vorresti, è probabile che non ti sia ancora imbattuto nel termine dismorfofobia. Oppure è probabile che tu ne abbia sentito parlare, ma non sia pienamente sicuro del suo significato.

Clinicamente, la dismorfofobia (o disturbo da dimorfismo corporeo) s’identifica con una condizione di intensa preoccupazione legata a uno o più aspetti fisici. Essa crea nella persona che ne è affetta un grave disagio, fino al punto da compromettere lo svolgimento delle attività quotidiane.

In parole povere, chi soffre di dismorfofobia tende a concentrare la propria attenzione su una o più caratteristiche fisiche che percepisce come poco attraenti, disgustose o addirittura ripugnanti. In ragione di tali “difetti”, è portato a considerarsi mostruoso non soltanto agli occhi propri ma anche a quelli degli altri.

Il risultato è che, spesso, una persona affetta da dismorfofobia tende a coprirsi o nascondersi. Mette, cioè, in atto qualsiasi comportamento possa aiutarla a mascherare la caratteristica fisica che la ossessiona e che vorrebbe correggere, anche a costo di isolarsi.

Non mi piaccio, quindi soffro di dismorfofobia?

ragazza che si trucca gli occhi
Foto di Kelly Sikkema su Unsplash

Attenzione! È molto importante fare un distinguo per evitare di cadere in errore: non piacersi non equivale ad essere dismorfofobici.

Molti di noi – per non dire tutti – trovano qualcosa nel proprio aspetto fisico che proprio vorrebbero cambiare: il naso, i denti, la forma del viso, le mani, le dimensioni di spalle, pancia, fianchi. Potrei andare aventi ancora a lungo, facendo una scansione del corpo umano nella sua interezza, ma non è questo il punto.

Non ci piacciamo ed è abbastanza “normale”, passatemi il termine.

Viviamo in una società che ci impone standard di bellezza assurdi e irraggiungibili, in cui le foto dei VIP vengono costantemente photoshoppate, dove puoi o non puoi permetterti certi capi di vestiario solo se hai un certo fisico. Bombardati come siamo da continui messaggi su come dovremmo essere, non stupisce che la normalità non ci soddisfi.

Insomma, se ci dicono che dobbiamo essere perfetti e riuscire a eliminare quanti più difetti possibili, come possiamo farci andare bene un riflesso che non rispecchia questi famosi standard?

Il non piacersi, però, è cosa altra dal soffrire di dismorfofobia.

Puoi non piacerti, avere delle insicurezze e serbare nel cuore il desiderio di trovare un modo per far notare meno quelli che ti rendono più fragile. È ben diverso, invece, vivere con immensa preoccupazione la presenza di una caratteristica fisica e vedere la tua vita stravolta dall’ossessione di volerla eliminare.

È la sofferenza che deriva da questa ossessione a contraddistinguere le comuni insicurezze dalla dismorfofobia.

Non mi rispecchio in ciò che vedo

ragazza che stringe luci nella mano
Foto di Max Felner su Unsplash

Essere affetti da dismorfofobia significa principalmente una cosa: quello che vedi nello specchio non corrisponde alla realtà. Eppure, come possono mentirti i tuoi occhi? Come può un dato oggettivo, come il riflesso su uno specchio, non essere vero?

Me lo sono chiesta tante, tantissime volte.

Ho scoperto di soffrire di dismorfofobia solo un paio di anni anni fa. Stavo navigando sul web, quando mi sono ripetutamente imbattuta in una parola pronunciata da alcune influencer: “body dysmorphia” (letteralmente, dismorfismo corporeo).
Ricordo di aver cercato il termine e di aver spalancato gli occhi come in preda a un’illuminazione. D’un tratto, tutto quello che stavo vivendo non soltanto aveva un nome ma addirittura un senso. E non ero la sola a sperimentarlo.

Fare a botte con la dismorfofobia è una battaglia solitaria, come avviene spesso per tutti i disturbi mentali del resto. Non soltanto percepire una determinata caratteristica fisica ti fa sentire sbagliata e disgustosa al punto da voler “risparmiare agli altri la tortura di essere esposti a tanto schifo” (una frase che mi sono ripetuta spesso). Inoltre, le tue percezioni tendono ad essere sminuite o viste come un modo per attirare l’attenzione.

Nessuno capisce quanto dolore ti porti dentro e quanto corrosivo sia vivere con il pensiero costantemente fisso su una parte (o più parti) del proprio corpo. Per me, personalmente, era come vivere con un faro puntato sulle mie cosce e sui miei fianchi; come se le persone ne stessero continuamente analizzando le dimensioni e arrivassero a giudicarle – e a giudicarmiindecente.

Una delle cose che, sul finire, mi ha quasi fatta impazzire era non comprendere come potessi vedere diversamente la mia immagine allo specchio. Insomma, un’immagine è un’immagine, una figura che riproduce qualcosa così com’è nel momento in cui la si osserva.

Sono arrivata a pensare che l’unica spiegazione fosse la seguente: avevo un disturbo neurologico.

Per questo, per me ha avuto un’importanza enorme scoprire che la mia condizione avesse un nome e che altri, come me, ne soffrissero. La scoperta mi ha aiutata a sentirmi meno sola, ma anche a dare una spiegazione a tutto ciò che, fino a quel momento, non l’aveva avuta.

Cosa significa vivere con la dismorfofobia?

persona sola al tavolo di un ristorante
Foto di Ismail Hamzah su Unsplash

A dover rispondere di getto, direi che vivere con la dismorfofobia significa soffrire costantemente e in silenzio, mortificati da sé stessi e arrabbiati con la natura per averci creato imperfetti.

Ancora di più, significa sentirsi soli e incompresi.

Come puoi spiegare a qualcuno che vedi deformità là dove, a quanto pare, non ci sono e che credi di essere additato come lo zimbello del paese per la tua mostruosità? Come fai a mettere a parole il modo in cui ti si chiude lo stomaco e ti viene voglia di urlare, ogni qualvolta scorgi la tua immagine su una qualsiasi superficie riflettente? O il dramma di dover posare per una foto di gruppo con la consapevolezza che le tue imperfezioni ne usciranno accentuate?

Soprattutto, in che modo puoi trasmettere l’odio che provi verso te stesso e il bisogno compulsivo di farti del male?

Perché, sì, vivere con la dismosfofobia implica anche questo. Implica volersi punire per colpe che non si hanno, per difetti che non esistono ma ti ossessionano, per non riuscire ad essere perfetto o anche solo normale. Implica rifuggire il contatto con gli altri e rintanarsi nella propria camera, trascorrendo le ore ad accusarsi di qualsiasi cosa e a dirsi di non meritare di stare al mondo.

Una via d’uscita

scarabeo con scritto il solo modo per uscirne è affrontarlo
Foto di Brett Jordan su Unsplash

Arrivato a questo punto dell’articolo, forse ti sentirai compreso e meno solo; o, forse, ti sentirai travolto da una valanga di informazioni che non ti immaginavi di trovare.

È anche probabile che ti stia chiedendo: c’è una via d’uscita e, se sì, dove e come la si può trovare?

Non ti darò magiche soluzioni, perché non ne possiedo e, soprattutto, perché io faccio tuttora a pugni con la dismorfofobia. Ci sono giorni in cui il solo trucco che conosca per non impazzire è evitare di guardarmi allo specchio e vivere la quotidianità più come persona a tutto tondo, che non come corpo con dimensioni e confini.

Provo a dirmi che sono molto di più del mio aspetto esteriore, ecco.

Se dovessi darti un consiglio, ti direi di parlare. Parla di quello che stai passando e del modo in cui ti senti. Racconta le trame dei tuoi pensieri e le derive crudeli che hanno, facendoti sentire immeritevole di tutto. Esprimi le tue emozioni e buttale fuori per evitare che ti corrodano da dentro.

So bene che potrebbe sembrare un consiglio rischioso se, come ho già detto, non capita di rado che gli altri facciano fatica a capirti.

Ma che ti importa se sei bella o brutta? Questi non sono veri problemi! Se sei brutta, pazienza, chi se ne frega?!

Mi sono sentita dire questa frase, un giorno che mi ero fatta una foto e non riuscivo a non vedere altro che deformità nel mio viso. E ho pianto per ciò che, alle mie orecchie, quelle parole significavano: non mi era stato detto che non ero brutta, ma che non doveva importarmi di esserlo.

Era una conferma, per me, del fatto che tutte le mie convinzioni sulla mia deformità fossero vere.

Col tempo, ne ho capito il senso e, in tutta onestà, è lo stesso messaggio che provo a ripetermi per ricordarmi che sono molto di più di come appaio.

In quel momento, però, quella frase non mi ha aiutata. Mi ha solo ferita.

È per questo che, anche a costo di suonare ripetitiva, ti dirò quello che penso: chiedi aiuto a un professionista. È la sola figura capace di capire cosa tu stia passando senza sminuirlo; la sola in grado di darti gli strumenti per uscire dal pantano in cui sei rimasto incagliato.

Una cosa, infatti, voglio che ti sia chiara: il dolore che stai provando non è destinato a durate in eterno e, sì, ne puoi uscire. Devi solo pazientare e trovare le risorse necessarie a farlo, ma ti assicuro che si può stare meglio, poco alla volta, anche con qualche caduta lungo la via.

Niente è perfetto. Non lo è il mio percorso e non lo sarà sicuramente il tuo, ma va bene così. La perfezione lasciamola a chi ha fissato degli standard irraggiungibili. Noi, invece, torniamo ad aspirare alla normalità.

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