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10 In Le stanze della mente/ Vivere con un disturbo mentale

Il bisogno di essere vista: diversa ma normale

Sono stanca: stanca di essere diversa, stanca di essere “normale“, stanca di continuare a oscillare tra un estremo e un altro anche quando si tratta di desiderare qualcosa. 
Se io e te ci incontrassimo domattina, su un treno qualsiasi che porta a una destinazione qualsiasi, è questo che ti direi. Ti parlerei della mia spossatezza e del peso dell’incoerenza che mi trascino dietro da chissà quanto. So di cosa si tratta, bada bene. Conosco le ragioni che nutrono questa mia doppiezza di intenti, ma sapere non basta a farmi sentire sollevata.

A una spanna dal grande finestrino sporco, mentre chiacchieriamo sulla profondità della vita, finirei sicuramente per farti delle domande. Vorrei sapere se capita anche a te.

Trovi un certo conforto nel sapere di appartenere a una nicchia, quella di chi soffre di disturbi mentali? Ti fa sentire speciale in un modo che ti è sempre stato negato? Ti capita, però, alle volte di non sopportare le implicazioni di questa diversità?

A me sì, spesso. Immagina una persona sul seggiolino di un’altalena, che va avanti e indietro a velocità variabile: un momento ha le gambe tese che sembrano toccare il cielo e quello dopo sporge il corpo all’indietro per prendere nuovo slancio col vento che le scuote i capelli e una strana sensazione di leggerezza addosso.

Ecco, quella persona sono io.

Il desiderio di essere vista

essere vista

Potrà sembrare un bisogno mosso dalla vanità o, peggio, dalla superficialità, ma ti assicuro che non è così. Tutti vogliamo essere visti. Non semplicemente guardati, ma visti. Qual è la differenza? Che uno sguardo si ferma solo sullo strato esteriore delle cose, mentre la vista si attarda e scava più in profondità.

Essere visti significa essere conosciuti — anche solo per la frazione di un istante — per chi siamo e non per il modo in cui ci mostriamo agli altri.

Io mi porto appresso questo desiderio da molti anni, ma ne ho preso consapevolezza solo di recente durante il mio percorso di terapia. Per un po’, me ne sono vergognata: mi sono giudicata frivola e avida di attenzioni, come se aspirassi soltanto ad essere la protagonista indiscussa sul palco di una prima a teatro. Poi, ho indagato più a fondo e ho visto ciò che mi ero ostinata a nascondere sotto uno spesso strato di imbarazzo.

Volevo — voglio — essere vista perché mi sono sentita invisibile per buona parte della mia vita.

Ho trascorso così tanto tempo a soffrire in solitudine, rannicchiata sotto le coperte del mio letto con la porta della camera chiusa per non essere scoperta, da provare adesso una necessità opposta. La diagnosi ha dato legittimazione a un dolore che, a lungo, ho creduto di non essere titolata a provare e ha messo gli altri nella posizione di doverne prendere atto.

Adesso, voglio che sappiano. Voglio che vedano.

La rabbia e il senso di colpa

Non è semplice. Per quanto chiaro sia il mio desiderio di essere vista, esso porta con sé moltissime contraddizioni e si arricchisce costantemente di sfumature nuove. Non potrebbe essere altrimenti, del resto.

Soffrire di disturbi mentali implica confrontarsi con le emozioni che abbiamo deciso di non affrontare, tornare indietro nel tempo per fronteggiare i fantasmi che ci siamo ostinati a ignorare. Solo così si spiana il percorso che conduce alla guarigione. Ma come fare i conti con sentimenti diametralmente opposti tra loro? Come spiegare la loro esistenza apparentemente inconciliabile?

Nel mio caso, sono la rabbia e il senso di colpa a scontrarsi come titani.

Mi rende livida l’idea di essere stata invisibile per così tanto tempo senza che nessuno si accorgesse della mia sofferenza. Com’è possibile?, mi domando ancora. Com’è possibile non vedere una bambina prima e una ragazzina poi e il tunnel di paura in cui sta versando pur avendola così vicino? Quando mi pongo questi quesiti, stringendo i pugni per trattenere l’indignazione, mi dico che io sarei stata più brava. Che io avrei visto.

È qui che subentra il senso di colpa. Mi sento sempre ingenerosa e crudele a concedermi queste emozioni perché ne conosco la forza bruta. Arrossisco — mentalmente e fisicamente — anche solo per aver pensato di potermi permettere la rabbia. Qualsiasi ferita mi sia stata provocata non è frutto di un attacco volontario ai miei danni. Si è trattato, piuttosto, di un protratto stato di disattenzione. E si può essere adirati con qualcuno, se il comportamento è stato involontario?

“Essere arrabbiata è giusto. Significa dare il permesso alla bambina sola e alla ragazza ferita che sei stata di esprimere il dolore che hanno provato” mi ha detto la mia psicoterapeuta, una seduta di qualche mese fa. E io — prima bambina, poi ragazza, adesso donna — sono tornata a respirare.

Finalmente, qualcuno è riuscito a vedermi.

La spada del (pre)giudizio

essere vista

Nella mia esperienza di paziente, so che avere un disturbo mentale è una condizione assai controversa. Una parte di te rifiuta la diagnosi, un’altra la accoglie con sollievo, un’altra ancora ne è spaventata. A fare da sfondo a ciascuna di queste istanze, c’è il timore del giudizio — proprio e altrui — e del pregiudizio.

Sarebbe bello pensare di vivere in una società in cui la salute mentale è un argomento del quale parlare con tranquillità, senza che l’espressione sul volto degli altri cambi ogni volta che annunci di soffrire di un disturbo. La realtà, però, è un’altra: siamo profondamente diseducati alla cura della nostra mente che quasi non ci immaginiamo possibile ammettere di vederla ammalarsi. 

Così, nonostante i miei propositi di divulgazione sui social, via podcast e a mezzo blog, anch’io casco nella spirale della paura del pregiudizio quando si tratta di essere vista. 

Nell’ultimo mese, la mia presenza su questo angolino protetto è stata ridotta perché ho iniziato a lavorare e abituarmi ai nuovi ritmi ha richiesto una buona dose di energie. E per chi, come me, è già costretto a impegnarne molte per far fronte agli sfarfallii del proprio cervello non è proprio un gioco da ragazzi far coincidere tutto senza esaurirmi. Te lo racconto per condividere con te uno sprazzo di vita: ho deciso che avrei detto la verità agli altri, se ce ne fosse stata l’occasione. Avrei ammesso che soffro di disturbi mentali e avrei aggiunto che questo non mi rende meno valida di chi non ne ha.

Vorrei descriverti la paura che mi stringe ogni volta che sto per dirlo o la tensione con cui mi approccio ad ogni compito che mi viene assegnato. Sento di dover dare il doppio per dimostrare che posso essere brava, produttiva e capace come gli altri. E ho paura che ogni errore, mancanza o disattenzione possa essere vista come qualcosa da imputare alla mia condizione.

Temo, in sostanza, che quella diversità così tanto agognata finisca per ritorcermisi contro.

Il lusso di essere se stessi

Se mi stai leggendo e ti sei riconosciuto in ciò che ho scritto, è probabile che tu ti riveda in ciò che sto per dire: alla fin fine, tutto ciò che vogliamo è accettarci ed essere accettati per quello che siamo

Quando le persone scoprono che soffro di disturbi mentali, solitamente fanno un’espressione sbigottita e io, che mi lascio sempre prendere da un nodo di nervosismo allo stomaco, riesco a sorriderne. Mi chiedo cosa si aspettino di vedere in noi povere anime messe alla prova dalla vita e mi rispondo che, forse, sono alla ricerca di segnali —  qualcosa che potesse dare loro almeno un indizio sul mio stato mentale.

Non l’avrei mai detto. Sembri la persona più felice del mondo! Così felice che viene voglia di farti una foto e incorniciarla.

È questo che mi ha detto un ragazzo con cui sono uscita la settimana scorsa, strappandomi una smorfia divertita. Lo ha fatto con una genuinità e una sorpresa tali che mi sono sentita bene. Ho come avuto la conferma che il messaggio che mi sto impegnando a trasmettere fosse effettivamente passato proprio nel modo in cui lo avevo concepito.

Siamo soltanto persone che hanno qualche difficoltà in più per cause indipendenti dalla nostra volontà. Ma non mangiamo nessuno, non siamo pericolose e non valiamo di meno.

Nella risposta che gli ho dato, è riassunto con esattezza ciò che non sempre mi è facile conciliare: essere diversa in un modo che non mi faccia sentire esclusa, men che meno sbagliata.

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10 Commenti

  • Rispondi
    Manuela
    12 Giugno 2021 at 6:46

    Lo sai che hai ragione riuscire ad essere se stessi con tutte le tue sfumature, quindi anche accettarle nel bene e nel male, è un grandissimo lusso!

    • Rispondi
      ilmiocorpononsolomio
      1 Luglio 2021 at 22:43

      Lo è eccome. E spero anche sia un qualcosa che si può conquistare col tempo, la pazienza e l’esercizio. Perché è questo che voglio: per me e per gli altri.

  • Rispondi
    Zelda
    11 Giugno 2021 at 12:24

    E’ un’articolo che mi ha fatto riflettere moltissimo e ripercorre un periodo brutto della mia vita. Fortunatamente ho combattuto da sola e sono riuscita a “sbarazzarmi” dei miei demoni.

    • Rispondi
      ilmiocorpononsolomio
      1 Luglio 2021 at 22:41

      Ti mando un grande abbraccio e ti ammiro per la forza che hai avuto. <3

  • Rispondi
    Lety
    11 Giugno 2021 at 12:23

    Non sai quanto io mi rispecchi nelle tue parole. anche io sono spesso pervasa da alcune dualità in contraddizione estrema tra loro e non so bene come sentirmi e come dovrei reagire, a volte la domanda è addirittura “mi è concesso reagire”?
    A volte la paura del giudizio mi paralizza letteralmente e devo trovare grande forza dentro di me per superarla. Essere diversi essere normali… sono etichette che non ci possono definire. Secondo me bisogna cercare di andare oltre a certi schemi e semplicemente accettarsi per come si è, anche se il termine “semplicemente” è la cosa più difficile di tutte.
    Ho scoperto da poco il tuo blog e questo spazio, così personale e sicuro, è un modo per esternare i sentimenti che provi e connetterti con persone che possono capirti. Non sei sola.

    • Rispondi
      ilmiocorpononsolomio
      1 Luglio 2021 at 22:40

      Sei la benvenuta in questo piccolo angolo e, anzi, sarei felice di trovarti altrove a condividere le tue riflessioni. Mi sono rivista così tanto nei tuoi commenti, nell’ambivalenza di queste domande e nella consapevolezza che tutti tentano di far apparire semplice un percorso che così semplice non è. Ti invito ufficialmente a stare qui tutto il tempo che vuoi e a ritornarci per sentirti sempre al sicuro: qui puoi essere te stessa. Anzi, è un obbligo. <3

  • Rispondi
    Cristina Petrini
    11 Giugno 2021 at 9:36

    Leggere questo tuo articolo mi ha riportato indietro di molti anni, in un momento in cui vivevo questi ogni giorno. Nella mia mente e nella mia anima, è qualcosa che hai raccontato alla perfezione e spero possa aiutare molti…

    • Rispondi
      ilmiocorpononsolomio
      1 Luglio 2021 at 22:38

      La cosa che più mi rende felice è percepire che tu ne sia uscita e che ti sia rivista nell’articolo senza trovarlo fuori luogo. Spero di aver rappresentato (in modo inconsapevole) con rispetto ciò che hai provato. E ti ringrazio per aver condiviso con me questo frammento della tua verità!

  • Rispondi
    M.C.P
    10 Giugno 2021 at 21:25

    Ciao, voglio raccontarti la mia esperienza perché in certi punti del tuo racconto, l’ho sentita molto vicina a me. Io soffro di fibromialgia conosciuta anche come sindrome del dolore cronico. Questa sindrome comporta forti e diffusi dolori all’apparato muscolo-scheletrico. È cominciato tutto due anni fa, facevo palestra tutti i giorni, ci arrivavo anche in bicicletta per aggiungere allenamento all’allenamento. Poi da prima hanno cominciato a farmi un male atroce le ginocchia, poi mi si bloccavano i piedi in una posizione o mi cadevano le cose dalle mani o ancora non riuscivo a lasciare la presa da un oggetto (problemi che ho tuttora) e crampi diffusi in tutto il corpo, sopratutto nel cuore della notte. Tutte queste cose mi rendevano impossibile dormire, ho passato diverse notte a rigirami e a pingere dai dolori nel letto. Poi sono andata del medico di famiglia che da principio mi ha fatto fare una tac a mani e ginocchia e non trovando niente mi ha spedito da un ortopedico, riempiendomi però nel frattempo di cortisone. Anche lui però non ha individuato il problema, e mi hanno spedita da un reumatologo e li é cominciato il mio lento pellegrinare tra 200 specialisti diversi fino a finire in un altra regione. Molte volte, ho provato tanta rabbia, delusione e sconcerto. Quando ti trovi davanti dopo quasi una anno, un medico in camice bianco che sfoglia la tua cartella clinica con lo stesso interesse con il quale io sfoglierei novella 2000 e che senza mai staccare gli occhi dai figli e degnarsi di guardarmi in faccia mi dice:”ma é sicura le fanno male le articolazioni?”. Ecco in quei momenti voi solo urlare. Sputargli in faccia la tua rabbia, delle lunghe file ai cup, delle numerosi notti in bianco, dei chili presi e del gonfiore dovuti a tanto e inutile cortisone e del tempo perso senso capire cosa non va in te. Dopo un anno ti senti “pazza” cominci a pensare che non é il tuo corpo, ma il tuo cervello, che sei allucinata. E cominci a soffrire in silenzio, anche quando non riesci a piegarti per prendere un secchio d’acqua. Stringi i denti (ma dentro vorresti fulminare tutto é tutti) e fai tutto come se non avessi niente. Poi la svolta, un medico fuori regione mi da la diagnosi, una malattia cronica la cui cura varia da persona a persona e comincio provando diverse terapie e qualcuna mi aiuta e altre meno. Poi quello stesso medico mi manda dal neurologo, che aggiunge alla diagnosi un altro problema complementare:La sindrome delle gambe senza riposo è un disturbo neurologico del sonno: il paziente affetto percepisce il desiderio irrefrenabile di muovere gli arti inferiori, unico apparente rimedio per trovare sollievo e conforto a dolore, fastidio e fitte alle gambe, anche per questa sindrome non esiste una cura specifica ma si va per tentativi. Questi due anni la mia vita é cambiati radicalmente, per via dei forti e numerosi farmaci che prendo non posso più guidare (alcuni mi provocano sbandamenti e vertigini) non posso più andare in palestra, ma solo praticare ginnastica dolce. Il lavoro…. meglio stendere un velo pietoso. Ma la parte più brutta é come é mutato il mio rapporto con gli altri, i mie problemi non sono visibili ad occhio nudo e far capire agli altri quando si ha un problema che non si vede non é facile. Non é facile spiegare: “non esco perché non dormo da tre giorni, non esco perché i mei maledetti piedi non voglio entrare nelle scarpe oggi o ancora, non vengo all’escursione in montagna perché ad un quarto della salita sarei piegata in due dai dolori, senza ne forze ne fiato” Non é facile perché l’oro di vedono normale ingrassata (come una mini botte) ma normale e quando provi a spiegare il problema, si allontanano gradualmente. Quando realizzano che non puoi, non più sostenere il loro ritmo, per una cosa che non conoscono, semplicemente spariscono. Ora sto trovando il mio equilibrio nel caos, sono felice delle persone che mi sono rimaste accanto nonostante tutto. Continuo a tirare avanti a cambiare le terapie cercando, sforzandomi ogni giorno di essere “normale” (ma chi é veramente normale in questo mondo o in questa vita? chi ha deciso lo standard della normalità?). Cercando di convincermi che ci devo convivere al meglio delle mia capacità (qualche giorno mi riesce, qualche altro meno). Ti ho scritto tutto questo per dirti che anche se il problema é di natura diversa, il bisogno finale é lo stesso. Il desiderio di essere visti: ma non come una persona con tante malattie strane, ma come una persona che lotta ogni santo giorno della sua vita contro tante malattie strane.

    • Rispondi
      ilmiocorpononsolomio
      1 Luglio 2021 at 22:37

      Ti sono così profondamente grata per aver lasciato la tua testimonianza che non credo si saperla mettere a parole, tutta la mia gratitudine. Sono riuscita a immaginare le tue difficoltà e a provare la tua stessa rabbia e frustrazione per le porte in faccia, le occhiate torve, il dolore inspiegabile e, infine, per l’abbandono di chi non capisce e non vuole nemmeno provare a farlo. Ho anche provato tanta ammirazione, però, per il modo in cui non ti sei mai arresa con te stessa e hai continuato a combattere strenuamente; a fidarti dei segnali del tuo corpo quando ti diceva che qualcosa non andava. E sono felice che qualcuno sia arrivato a dare validazione a quello che provi, cancellando l’ombra del sospetto della finzione – come se qualcuno potesse provare davvero piacere nell’apparire prostrata o nel perdersi delle occasioni o nello stravolgere la propria vita. Sei forte, tantissimo, e ti sono vicina in un modo che (anche questo) è difficile da mettere a parole, perfino per chi come me vive di queste. Ti mando un grandissimo abbraccio sia perché sento di volertelo dare, sia perché mi hai immensamente arricchita con la tua condivisione. Spero di trovarti in altri angoli di questo mio piccolo posticino speciale. <3

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