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4 In Le stanze della mente

Il contagio del dolore: se soffri tu, soffro anch’io

Il dolore ha la straordinaria capacità di espandersi e arrivare a inquinare perfino chi, da esso, sembra incredibilmente lontano. È come un incendio: una volta appiccato, non sai mai fin dove si spingerà e quanto di bello le sue fiamme divoreranno. Devi aspettare che si estingua e fare quanto in tuo potere per non rimanere bruciato.

Per questo, dopo la diagnosi, mi sono spesso posta una domanda: quante persone il mio dolore era arrivato a coinvolgere? Quanti segni erano rimasti nella loro vita senza che nessuno potesse intervenire a fermarlo?

Il dolore non puoi confinarlo e neppure controllarlo. Puoi solo provarlo, affrontarlo e, se sei proprio fortunato, arrivare ad accettarlo come una parte del tuo percorso. Così, ti renderai presto conto di non essere mai stato solo nella tua battaglia.

Chi ti vuole bene soffre insieme a te.

Il dramma dello spettatore silenzioso

Madre che osserva con aria preoccupata e dolore e marito sullo sfondo

Stare male è una condizione che richiama egoismo. Ed è normale che sia così. Nel dolore, siamo soli e tutto ciò che riusciamo a vedere è la portata insormontabile della nostra sofferenza. In uno scenario del genere, dove sembra che tutto sia pronto a crollare e, quando stai lottando per la sopravvivenza, non c’è spazio per gli altri.

Non ti accorgi, così, del dramma di chi è costretto ad osservare in silenzio ciò che stai affrontando e a fare i conti con un’insopprimibile sensazione di impotenza. Vorrebbe aiutarti, ma non trova il modo. Vorrebbe capire dove stanzia il mostro che ti sta consumando e se c’è una maniera di sconfiggerlo così da farti stare meglio il prima possibile, ma non ha fortuna. Vorrebbe sollevarti dal peso che stai trasportando, eppure, tutte le volte che allunga le mani per toccarlo, quello sfugge e diventa impalpabile.

Non rimane altro che guardare e aspettare, in silenzio.

“Aiutami a capire come stai”

Mamma e figlia che si guardano stese su un prato

È una frase che mia madre mi ha rivolto più volte, in passato. In un certo senso, credo che sia ancora adesso la sola arma che le sia rimasta per non impazzire di paura. Vuole comprendere: cosa succede quando sto male? Che forma assumono le crisi? Cosa le scatena? E, se c’è un responsabile, lei è tra quelli?

Credo che sia difficile per un genitore trovarsi nella posizione di vedere la propria figlia lottare a mani nude contro i demoni che si sono annidati nella sua mente negli anni. E credo che lo sia ancora di più convivere con l’impressione di non aver fatto abbastanza per proteggerla. Forse, a fare più male è la consapevolezza improvvisa di non essersi accorti del momento in cui avrebbero dovuto intervenire per arginare i danni.

Immagino che la loro esperienza si arricchisca di moltissime sfumature inedite. Alla paura di non sapere dove condurrà tutto questo dolore, si aggiunge il timore di aver fallito come genitori e, soprattutto, quello di non poter più rimediare. Se così fosse, come potrebbero convivere col rimorso di avere inconsapevolmente contribuito al nostro malessere?

L’egoismo del desiderio di guarigione

Ragazza con una maglia nera con la scritta "mental Health matters"

Chi sta male non è la sola persona a sedere al tavolino dell’egoismo. Per motivi diversi ma con la stessa identica arrendevolezza, anche chi desidera vederti guarire lo fa perché mosso dal medesimo sentimento. Per un certo, a fare da sprone è il nobile bisogno di saperti stare bene perché vuole il meglio per te. Per un altro, è l’incapacità di sopportare il peso del senso di colpa e il sordo dolore di vederti prostrato a muovere le sue intenzioni: è troppo da sopportare, troppo da confrontare.

È comprensibile, ovviamente. Quando ami qualcuno con l’intensità con cui solo un genitore, un partner o un amico sanno fare, ogni minuto trascorso a ricoprire il ruolo dello spettatore inerme diventa insopportabile. Ti coglie inevitabilmente una smania difficile da gestire e la smania porta con sé la fretta. Sebbene l’intento sia a suo modo nobile, il risultato rischia di spostare l’attenzione dal vero protagonista di tutta la vicenda. 

Se il faro rimane puntato sul bisogno di sollievo di chi ti sta accanto, chi è che pensa al tuo dolore? E perché improvvisamente alleviare l’affanno di un altro diventa più importante di medicare le tue ferite? Così, finisce che torna ad essere in primo piano qualcosa di diverso da te e da ciò che stai provando.

Anche questa è una forma di ingiustizia.

La convivenza tra rabbia e compassione

Persona sfocata dietro a un vetro con le mani spalmate su di esso in evidenza

A tal proposito, due mostri potenti convivono — affatto pacificamente — dentro di me. Sono arrabbiata, esplosiva, consumata dal bisogno di dare voce a questa mia sofferenza nel solo modo che abbia imparato a conoscere: con violenza. Quindi, divento irrequieta e intrattabile, solinga  e ostile, furiosa e irragionevole. Voglio buttarla fuori — esprimerla — e il solo modo che conosca è trasformarlo in collera.

Travolgo chiunque senza fare distinzioni, ma inconsapevolmente. Di solito, non mi accorgo nemmeno di avere ribollito per settimane finché non mi viene fatto notare dalle povere vittime dei miei malumori. È il sintomo che qualcosa non va: che ciò che provo sta diventando sopraffacente al punto da influenzare il mio modo di vedere le cose. Sento il sapore del rancore rovinarmi ogni esperienza e il bisogno di respingere tutti per evitare che mi feriscano; perché non capirebbero e questo loro non capire mi ferirebbe.

È qui che subentra la parte compassionevole di me e i sentimenti si confondono. Al bisogno distruttivo si accompagna l’esigenza di proteggere gli altri, quindi mi allontano. Non voglio ferirli involontariamente, né scaricare su di loro il peso delle mie tribolazioni. A tratti, mi sento colpevole delle mie stesse emozioni come se non fosse giusto provarle. Allo stesso tempo, provo una così grande tenerezza per ciò che ho dovuto passare e per ciò che sto affrontando; per la consapevolezza che quella rabbia non è altro che un meccanismo di protezione.

Aggredisco perché non voglio che mi feriscano, come ringhierebbe un cane impaurito per farsi grosso di fronte alla mano di uno sconosciuto dal quale non sappia cosa aspettarsi.

L’errore è dietro l’angolo

Scarabeo con la scritta "la pratica rende perfetti"

Detto questo, è evidente che approcciarsi a una persona che nasconde dentro di sé un mondo così sfaccettato non si semplice. Ogni parola può risultare fuori posto. Qualsiasi gesto può diventare il punto di partenza per un problema più grande o, addirittura, per essere respinti e vedere l’altro chiudersi ermeticamente — bruciata, così, la possibilità di averci un contatto.

Allora, che strategia utilizzare per non incorrere nel rischio di fare più danni  e per riuscire, invece, ad essere d’aiuto? 

1. Evitare di indulgere nella frustrazione

Per comprensibile che sia, trasmettere la propria frustrazione a chi è in difficoltà rischia di produrre un effetto diametralmente opposto a quello desiderato. Non stai aiutando la persona che ami, facendole capire quanto gravi su di te la situazione. Le stai soltanto scaricando addosso il peso di un sentimento (il tuo) di cui non ha bisogno. Ricorda che, per quanto rispettabile e valido sia ciò che stai provando, il protagonista non sei tu né lo sono i tuoi bisogni. È nell’ottica della persona in difficoltà che dovresti elaborare le tue mosse, per il suo di benessere.

2. Non proiettare le tue idee sull’altro

Non importa quante ricerche tu abbia fatto e quanto convinto sia di ciò che è meglio per l’altro: non possiedi le chiavi della verità e non dovresti imporre le soluzioni che ritieni corrette su una persona del cui percorso riesci a immaginare soltanto un frammento. Un atteggiamento del genere non soltanto è presuntuoso, ma finisce soltanto per evidenziare la tua urgenza che il problema sia risolto laddove l’attenzione dovrebbe rimanere focalizzata sul bisogno dell’altro. Che tu ci creda o meno, non spetta a te decidere: il percorso di guarigione è personale e, come tale, appartiene soltanto alla persona che lo sta affrontando.

3. Impegnati ad ascoltare e a essere presente

L’arma più grande il tuo possesso è la sola che, probabilmente, non hai preso in considerazione. Prestare ascolto alle confidenze di chi sta attraversando un momento difficile è l’arma migliore nel tuo repertorio. Trova il tempo di conquistarne la fiducia, sii presente e presta orecchio a quanto ti viene confidato senza cadere nella tentazione di esprimere un giudizio. Nella maggior parte dei casi, l’altra persona desidera solo trovare qualcuno che lo accetti così com’è e che le dimostri di essere disposto a rimanerle accanto, a prescindere dai problemi che costellano la sua vita.

Trovare una quadra: si può?

Mani che si toccano

Quella che sto per darti è probabilmente l’ultima risposta che vorresti sentire, ma sento che sia mio dovere dirti come stanno le cose. Qualsiasi quadra tu riesca a trovare, è probabile che non durerà a lungo. La guarigione è, in se stessa, un sentiero faticoso e costellato di difficoltà inattese, sicché accade spesso che il paziente si trovi impreparato di fronte alle conseguenze di una sfida che non aveva preventivato. Non può, in sostanza, prevedere cosa accadrà e quali saranno le sue reazioni.

Nella pratica, questo tende a spesso a tradursi in un’incostanza che rischia di insidiare qualsiasi rapporto. All’armonia potrebbe nuovamente sostituirsi una controversia. Ecco perché l’ingrediente principale per un rapporto durevole e ben bilanciato rimane la pazienza. Se desideri davvero essere d’aiuto alla persona che ami, dovresti fermarti a riflettere e accettare di compiere un passo indietro. Le tue tribolazioni e le tue esigenze vengono dopo il malessere dell’altro o, comunque, meritano un’attenzione che non può (e non deve) sovrapporsi fino a cancellare la centralità della persona la cui salute mentale sia stata messa in difficoltà.

Prova a pensarla così: se a un tuo caro venisse diagnosticato un problema cardiaco, saresti pronto ad assisterlo al meglio delle tue possibilità e impareresti a gestire le tue frustrazioni in modo da non farglielo pesare. Perché non dovrebbe accadere altrettanto per chi soffre di disturbi mentali?

Ricorda che la fretta è cattiva consigliera e che tornare a stare bene è una conquista che richiede tempo per essere servita, gustata e assimilata. Evita la tentazione del fast food e siedi al ristorante: ogni portata potrà essere assaporata con calma, finché non giungerà il momento di sorridere insieme di fronte a un dessert. Allora, scoprirai che l’attesa è valsa la pena.

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4 Commenti

  • Rispondi
    Valentina
    14 Luglio 2021 at 0:08

    Il problema del dolore mentale o interiore è che non si vede. Mi spiego: se cadi, ti tagli o simile è visibile. Mal di testa, di pancia, di gola, non si vedono ma si capiscono. Non so di cosa tu soffra e perché ma hai provato ad allontanarti da tutti, viaggio in un posto lontano, oltreoceano, facendo cose diverse, vedendo cose nuove? Per esempio in un paese come la Thailandia dove ci sono molti monaci buddisti, che riescono ad allineare i chakra, i centri energetici? Può essere un’idea.

  • Rispondi
    Lety
    12 Luglio 2021 at 1:32

    Un articolo bellissimo, che fa riflettere tanto…proprio in questo momento, sono molto vicino ad una persona che non sta bene. E leggendo il tuo articolo, penso a tutto questo ultimo periodo, cercando di capire se le cose che faccio sono giuste….però per prima cosa capisco che una delle cose più importanti è l’attesa…perché molte volte si ha troppa fretta di guarire, di voler far star bene l’altra persona magari troppo in fretta…e questa cosa molte volte non è possibile….
    Un bellissimo articolo che penso che possa essere d’aiuto a tante persone che si trovano in una situazione simile…

  • Rispondi
    M.Claudia
    8 Luglio 2021 at 22:30

    Quando le persone che ci circondano percepiscono il nostro dolore da un lato é brutto, perché arrivano i sensi di colpa, ma trovo che si decisamente peggio quando si sta male e chi ti é accanto non riesce a capire che stai male.

  • Rispondi
    Cristina Petrini
    8 Luglio 2021 at 10:01

    Lo stiamo vedendo anche in questo periodo storico, più ci parlano di terrore e paura più le persone ce l’hanno a volte anche senza un vero motivo. Il dolore è contagioso e quando ci tocca da vicino anche relativo a persone che amiamo è ancora più forte!

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