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Diseducazione alimentare: cause e conseguenze

Nessuno di noi, o comunque la maggior parte di noi, ha idea di come si mangi correttamente. Sembrerà assurdo, dato che nutrirsi è una delle attività più naturali al mondo, eppure è proprio così. Anche se convinti di conoscere le regole basilari dell’alimentazione, io e te ne sappiamo molto meno di quanto potremmo pensare e di quanto ci sarebbe utile.

Siamo figli ignari della diseducazione alimentare.

No, non cominciare a cercare dei colpevoli perché ti avverto che non servirebbe a nulla — del resto, ci ho provato prima di te. A voler percorrere a ritroso la nostra storia alla ricerca di un responsabile, dovremmo andare talmente tanto indietro nel tempo da perdere la rotta e le sue coordinate. L’uomo, infatti, ha disimparato ad ascoltare il proprio corpo e i suoi bisogni moltissimi anni fa e per fattori non sempre dipendenti dalla semplice volontà.

Ma cosa significa, oggi, parlare di diseducazione alimentare? Quali sembianze assume nella vita di tutti i giorni e quali conseguenze produce?

C’è una differenza tra ciò che pensiamo sia giusto e ciò che lo è veramente

tavolata di amici che pranzano
Foto di Priscilla Du Preez su Unsplash

Se facessi un sondaggio tra le persone che conosci e chiedessi loro come mangiano e quali pensano siano le regole per una buona alimentazione, otterresti probabilmente risposte molto varie ma con alcuni capisaldi in comune tra loro:

  • I carboidrati vanno eliminati o, comunque, drasticamente ridotti.
  • Le proteine devono costituire la principale fonte di nutrimento.
  • I grassi sono il male ma non il vero problema: pare, infatti, che tutti siano convinti di riuscire a evitarli senza problemi. Insomma, mettono poco zucchero nel caffè, mangiano la brioche al bar solo un paio di volte a settimana, comprano le varianti light degli alimenti. Non hanno di che preoccuparsi, dicono, senza sapere che i dati ufficiali siano già pronti a smentirli.

Porto la mia testimonianza per dare valore a quello di cui sto parlando.

Negli ultimi anni, complici una serie di fattori di natura molto diversa, sono andata incontro a un percorso alimentare che mi ha aiutata a perdere molto peso (circa 30 chili) e che ha suscitato, ovviamente, l’ammirazione che si accompagna sempre al dimagrimento. All’ammirazione, ha fatto seguito la curiosità: tutti volevano conoscere il mio segreto.

E, tuttavia, mi sono presto resa conto che, sì, tutti desideravano sapere quale fosse il mio segreto, ma nessuno di loro era disposto a credere alla verità.

Perché? Perché la verità li costringeva a prendere atto della loro diseducazione alimentare e smentiva brutalmente le convinzioni errate sulle quali avevano sempre fatto affidamento.

Il mio racconto è stato candido e breve: ho spiegato di non avere mai, neppure per un giorno, eliminato i carboidrati dalla mia dieta e di non avere privilegiato nessuna proteina in particolare. Semplicemente, mi ero attenuta alle indicazioni fornitemi e le avevo seguite con costanza, accompagnando il tutto a un po’ di sana attività fisica.

Mi crederesti, a questo punto, se ti dicessi che le mie parole hanno immediatamente perso di credibilità alle orecchie del mio pubblico?

Eh già! Mi guardavano tutti con grande scetticismo, quasi convinti che mentissi per il puro piacere di vederli ingrassare. A volte, più semplicemente, mi etichettavano come fortunata“Eh, tu puoi permettertelo perché sei giovane e hai il metabolismo veloce!” —, ma neppure una volta hanno dubitato di non sapere come fare a mangiare bene.

Insomma, pur avendo dimostrato loro che la realtà dei fatti favorisse un riscatto dei poveri carboidrati, rimanevano tutti convinti di sapere cosa fosse giusto e di poter etichettare sotto la voce di “eccezione” la mia esperienza personale. Fine della storia.

Le conseguenze della diseducazione alimentare

esposizione prodotti da forno panificio
Foto di Miti su Unsplash

La diseducazione alimentare è uno dei fattori principali capaci di influenzare il rapporto che abbiamo col cibo e col nostro corpo.

Le regole nutrizionali che ci vengono propinate da sempre e che distano anni luce dal concetto di sana alimentazione, infatti, ingenerano un circolo vizioso di insoddisfazione. Finiamo, così, alla deriva e ci sentiamo frustrati: se stiamo facendo i sacrifici richiesti, perché non riusciamo a perdere peso?

Il problema va individuato a monte: un percorso alimentare correttamente concepito deve essere bilanciato e sostenibile nel lungo periodo, fornendo alla persona gli strumenti per fare di esso un vero e proprio stile di vita. E nessuno stile di vita ha possibilità di sopravvivere se basato sull’abnegazione di talune categorie di nutrienti e sulla sensazione di dover vivere un’esistenza di privazioni.

Prendiamo l’esempio della demonizzazione dei carboidrati, quando si tratta di iniziare un percorso dietetico. I carboidrati, percepiti come nemici della linea, vengono guardati con occhio torvo. Perciò, spesso, perfino di fronte ai piani nutrizionali elaborati da professionisti, non accade di rado che vengano segretamente sottoposti a sostituzioni o riduzioni fai-da-te da parte degli stessi pazienti, che sperano di accelerare il dimagrimento.

Pochi sanno che, in verità, le linee guida internazionali per una sana alimentazione stabiliscono che circa il 60% del fabbisogno calorico giornaliero di una persona dovrebbe provenire proprio dai carboidrati.

Se tanto non bastasse, i medici sottolineano altresì come la predilezione delle diete a basso contenuto di carboidrati (c.d. low-carb) non soltanto favorisca il rischio di andare incontro al famigerato “effetto yo-yo“, ma aumenti anche il pericolo di insorgenza di patologie cardiovascolari, tumorali, epatiche e renali.

Ma, se tutto questo è vero, come abbiamo fatto ad apprendere le regole sbagliate? E perché continuiamo a crederci?

La diseducazione alimentare inizia da casa

hamburger nella sua confezione da fast food
Foto di Elena Rabkina su Unsplash

Una volta innescato un meccanismo, è difficile fermarlo, smantellarlo e, soprattutto, riportare le cose allo stato in cui erano prima. Nel caso della nutrizione, in particolare, si tratta di abbattere decenni (se non secoli) di cattive abitudini per sostituirle con un pacchetto di novità alle quali non siamo stati preparati. Ed è forse questo l’aspetto più scoraggiante dell’intera vicenda.

Nasciamo e cresciamo in un ambiente caotico, in cui la frenesia e lo stress si impongono come protagonisti della scena. Finisce, così, che non abbiamo poi molto potere di scelta: da bambini, perché soggetti alle decisioni dei nostri genitori da cui apprendiamo cosa e come mangiare; da grandi, perché schiavi della fretta e della stanchezza.

Le alternative già pronte sono il modo più rapido per mettere qualcosa in tavola e togliersi il pensiero di un pasto che pesa come un macigno, dopo una giornata trascorsa a correre a destra e a manca. E un pizzico di sapore in più è una coccola meritata per le fatiche che abbiamo dovuto affrontare.

Certo, sappiamo che un pasto completamente cucinato da noi, magari con qualche bella verdura d’accompagnamento, sarebbe una scelta migliore per il nostro organismo. Ma, in fondo, possiamo sempre rimediare domani… se non fosse che domani il caos torna a ripetersi e la fiacchezza ci riporta esattamente nel punto da cui siamo partiti: a casa, seduti di fronte a una pietanza preconfezionata o imbustata, dopo aver consumato un panino in fretta e furia al solito baretto per pranzo, con il solo desiderio di stendersi a letto e dormire.

Non mangiamo più per fame o, comunque, col piacere di fermarci e goderci un pasto.
Mangiamo come fosse l’ennesimo impegno in un’agenda fitta di “devo fare”.

La moda delle diete dimagranti fast and furious

metro arrotolato sulla forchetta
Foto di Diana Polekhina su Unsplash

In uno scenario in cui le persone rimangono convinte di sapersi alimentare correttamente (quantomeno a livello teorico) e non hanno il tempo di dedicarsi alla cucina, fanno presto a imporsi con successo le diete dalle regole più disparate.

Avrai sicuramente sentito parlare della dieta Sirt, chiamata enfaticamente “la dieta del gene magro” e portata alla ribalta dalla cantante Adele; o ancora della dieta chetogenica, fondata su una riduzione calorica così drastica che alcune varianti spingono a ingerirne meno della quantità minima necessaria per il funzionamento del nostro organismo.

A queste, potremmo tranquillamente aggiungere le diete stagionali, che promettono la perdita di peso nell’arco di poche settimane in prossimità della famigerata prova costume; le diete focalizzate sul consumo di un cibo in particolare (l’ananas, ad esempio); o le diete composte da pasti liquidi sostituitivi di quelli tradizionali. L’elenco, insomma, non manca di essere infoltito.

Ma cos’hanno davvero in comune tutti questi miracolosi percorsi nutrizionali?

Il fatto di avallare l’errata convinzione che si possano ottenere risultati mediante scorciatoie e l’abitudine a suddividere gli alimenti in “buoni” e “cattivi”. Peraltro, la promessa di risultati rapidi e l’offerta di pasti sostitutivi (che richiedono tempi di preparazione minimi) fanno spesso da incentivo per chiunque desideri ridurre gli sforzi senza rinunciare a un pronto dimagrimento.

In tal modo, tuttavia, queste diete si fanno non solo portatrici ma anche promotrici della diseducazione alimentare proprio mediante la diffusione di regole e convinzioni che fanno tutto fuorché aiutarci a raggiungere l’obiettivo cui dovremmo aspirare: imparare a mangiare correttamente, seguendo gli stimoli del nostro corpo in modo intuitivo.

Il cibo è collegato alle nostre emozioni

ragazza che addenta una tavoletta di cioccolato
Foto di Andriyko Podilnyk su Unsplash

Il panorama che si staglia dinanzi a noi, alla luce di queste premesse, è un panorama fortemente sregolato, in cui i risultati immediati (ad esempio, il dimagrimento) prevalgono sugli obiettivi di lunga durata (la corretta educazione alimentare). E il rapporto tra noi e il cibo finisce per poggiare su fondamenta fragili, che ci espongono al rischio di conseguenze dolorose e, addirittura, patologiche.

In linea di massima, la spinta a nutrirci dovrebbe dipendere da uno stimolo puramente fisico, basato sulla necessità di assicurarci le energie necessarie per la sopravvivenza. È così che il nostro corpo è strutturato a funzionare.

Esiste, però, una ineliminabile componente psico-emotiva che interviene, a sua volta, nella dinamica tra noi e il cibo.

Noi non mangiamo soltanto per fame. Mangiamo anche in ragione delle emozioni che proviamo, spesso a carattere negativo: rabbia, noia, dolore, solitudine, tristezza, vuoto, confusione, indecisione, imbarazzo. Il ricorso al cibo, in tutti questi casi, funge da anestetico o distrazione giacché dirotta la nostra attenzione lontano dalle sensazioni che stiamo sperimentando e dal loro potere disturbante.

Ciò prende il nome di fame emotiva (o alimentazione emotiva, o più comunemente fame nervosa).

La disregolazione alimentare, cui possiamo essere indotti da molti fattori stressogeni, tende ad essere in qualche modo alimentata dalle diete del momento. La privazione (o sostituzione) di alcune tipologie di nutrienti e l’eccessiva restrizione calorica, infatti, possono portate il soggetto al c.d. food craving, cioè il desiderio spasmodico e irrefrenabile che si ha di una certa tipologia di cibo (spesso ricco di sale, zuccheri e grassi).

Con alte probabilità, il food craving sarà rivolto proprio verso quei nutrienti di cui siamo stati forzatamente privati e ci condurrà potenzialmente a un’abbuffata. E l’unico risultato che avremo ottenuto sarà quello di aver rinforzato la nostra diseducazione alimentare con l’incapacità di gestire il nostro rapporto col cibo.

Incapacità di interpretare i segnali di fame e sazietà

bambina che si copre gli occhi con le mani
Foto di Caleb Woods su Unsplash

La mia sembrerà una rappresentazione catastrofica — in fondo, siamo partiti “solo” dalla diseducazione alimentare —, ma prova a vederla in un’ottica diversa: come nel domino la caduta di un tassello genera la caduta di tutti quelli seguenti, così avviene quando si tratta del rapporto cibo-mente-corpo.

Non è possibile, invero, pensare che le conseguenze della diseducazione alimentare non si ripercuotano sull’atteggiamento che teniamo nei confronti del cibo e sul modo in cui viviamo la relazione col nostro aspetto esteriore.

Se non sappiamo come mangiare e siamo indotti a lasciare che la componente emotiva giochi un ruolo centrale nel nostro approccio al cibo, inevitabilmente saremo esposti al pericolo di mangiare non tanto perché mossi dalla fame, bensì dall’urgenza di colmare un vuoto.

Ne discenderanno la vergogna e il senso di colpa, dovuti all’impressione di non essere stati forti abbastanza da controllarci e alla sensazione di aver fatto qualcosa di sporco e sbagliato. Una parte di noi arriverà addirittura a vivere con timore l’eventualità che qualcuno scopra l’accaduto e possa giudicarci negativamente.

Anche in questo caso, saremo portati a rimediare, applicando le regole che ci sono state insegnate (le sole che conosciamo): forte restrizione alimentare ed eventuale incremento dell’attività fisica.

Così, il rimedio fa presto a trasformarsi in punizione.

Se esiste la diseducazione alimentare, esiste anche il suo opposto

ragazza che sorride al tavolo di un bar con succo di frutta
Foto di Sam Moqadam su  Unsplash

Disimparare tutto ciò che pensiamo di sapere è il primo passo per contrastare la diseducazione alimentare. Quello successivo deve necessariamente consistere nel sostituire i vecchi e fuorvianti cardini su cui si è a lungo basato il nostro rapporto col cibo mediante l’apprendimento di informazioni nuove.

Con il nostro nuovo bagaglio, potremo così improntare una relazione col cibo che sia fondata non più sulla distinzione tra “cibi buoni” e “cibi cattivi”, bensì sulla funzione che il cibo svolge: fornirci ciò di cui abbiamo bisogno per vivere.

Al bando la demonizzazione e i sensi di colpa in favore di una migliore e più matura consapevolezza!

Hai ancora dei dubbi, non è così? E scommetto che molti di questi derivino dal fatto che qualche medico ti abbia suggerito di ridurre gli zuccheri e, in particolare, i carboidrati per perdere peso e migliorare il tuo stato di salute. E non posso darti torto.

So per esperienza che l’approccio nutrizionale che ti ho descritto possa essere definito (passami il termine) relativamente nuovo e che non tutti — nemmeno i professionisti della salute — siano al passo coi tempi. Questo non deve però farti pensare né che la teoria su cui si fonda sia scientificamente poco solida, né che non esistano figure di riferimento alle quali potersi affidare.

Per menzionarne solo alcune, professioniste come Camilla Bendinelli (dietista e divulgatrice scientifica), Elisa Hopes e Francesca Oggionni sono costantemente impegnate nella diffusione di un messaggio che mira alla rappacificazione della persona col cibo e col corpo, scardinando i modelli distorti di dieta propinati dalla società nel corso degli anni. E offrono una prospettiva che permette di ripensare ciò che decenni di disinformazione hanno contribuito a consolidare.

Del resto, se è vero che esiste la diseducazione alimentare e che ne siamo vittime, è altrettanto vero che essa possa essere combattuta mediante il suo esatto opposto: l’educazione alimentare.

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